Il secondo reportage di MOSAICO fu l’evento di danza sperimentale Falive, dove musicisti e ballerini improvvisano seguendosi a vicenda.
Ricordo che quando entrai nella sala avvertii una forte separazione. Osservavo qualcosa di molto lontano da me e dalla mia comprensione.
La musica era priva di melodie ma un flusso discontinuo di suoni inseguiva i movimenti sincopati dei danzatori.
Mi resi conto che non potevo scattare, sarebbero state foto distaccate quanto mi sentivo io.
Mi sono seduto e per molti minuti ho solo guardato.
Pian piano iniziai a sentirmi in sintonia.
Non con i movimenti di chi danzava, quello sarebbe arrivato ancora dopo,
ma con i loro sguardi e le loro emozioni.
Decisi che avrei fotografato proprio questo: i volti, gli sguardi e le intenzioni.
Qualcosa stonava ancora però...
Le foto erano statiche e congelate. Rappresentavano il contesto, le persone, e forse anche le loro emozioni, ma sicuramente non i movimenti dei corpi o i loro suoni.
Volevo riuscire a catturare l’emozione e il movimento assieme, in un tutt'uno privo di confini.
Decisi di allungare i tempi d’esposizione.
Permettere al movimento di entrare nelle fotografie per imprimere ciò che stavo realmente vivendo.
Non solo i movimenti, anche le onde sonore dovevano essere ben visibili.
Pian piano corpi e forme iniziarono a perdere d’importanza...
Non conosco la danza ma forse ha poca rilevanza.
Credo che la fotografia non sia altro che la sincera testimonianza di ciò che si osserva con il proprio personalissimo sguardo.
E io ho sperimentato un movimento progressivo, che da relazione con i corpi che lo generano diventa assoluto, fuori dal tempo e dallo spazio, ma sempre connesso con le emozioni di chi, quello spazio-tempo, lo ha vissuto.
Non so se sia questo il significato di Falive, ma spero che questi scatti gli rendano giustizia.
...finché non rimase il solo movimento.
...finché non rimase solo Falive.
I corpi sembravano riflettere persino i singulti elettrici della luce stroboscopica che divideva i set.